Sono tra coloro che, all'annuncio del nuovo capitolo della saga di Michael Myers per la regia di Rob Zombie, hanno provato grande interesse. C'era realmente bisogno di un nuovo capitolo, che contribuisse a far sprofondare maggiormente la serie nata dal genio di John Carpenter ben ventinove anni fa? No, affatto, diremmo di primo acchito. Ma l'horror fan è fatto così: sa già in anticipo che un sequel si rivelerà deludente, ma l'affetto per il serial killer, vivo o non morto che sia, difficilmente viene meno ed, anzi, riesce a sopravvivere nonostante i duri colpi che il cinema commerciale riesce ad infliggergli. Un po' come il cattivone di turno, insomma. E così abbiamo assistito a resurrezioni impossibili, buchi di sceneggiatura mai spiegati, retcon ed altro ancora, ma Freddy, Jason e Michael non hanno mai visto venir meno l'amore dei fan. Se a questo aggiungiamo che, nel caso specifico, sceneggiatura e regia sono di Rob Zombie, come detto, credo proprio che tutti gli amanti del mostro di Haddonfield abbiano fatto un sussulto. Intendiamoci, non sono un grande fan dei film di Zombie. Ho apprezzato principalmente alcuni aspetti de La casa dei mille corpi, ma riconosco al regista del talento e, soprattutto, un'abile capacità di trattare il genere horror - di cui mostra profonda conoscenza - con doti tecniche non indifferenti ed un gusto citazionistico a la Tarantino: se un capitolo di Grindhouse fosse stato affidato a Rob, credo proprio che nessuno si sarebbe chiesto il perché. Da qui la curiosità e l'interesse per la pellicola e, soprattutto, per l'esito del confronto con un vero e proprio capostipite del genere e sottogenere, quale John Carpenter. E proprio il fatto che questo Halloween - The beginning sia al tempo stesso un prequel ed un remake della pellicola originale avvalora la mia convinzione che Rob Zombie, conscio della propria fama e delle proprie potenzialità, abbia voluto mettersi alla prova cimentandosi con un vero e proprio Maestro, con la "m" maiuscola.
Fine della prefazione, inizio della delusione. Eh si, perché fin dalle prime scene appare chiaro che Zombie del buon caro vecchio Michael non ha capito proprio nulla. Ma andiamo con ordine. L'obiettivo del regista sembra piuttosto chiaro: narrare la storia del maniaco omicida dal suo primo delitto sino alla fuga dal manicomio, come visto nel primo Halloween. Rob, però, va oltre e decide di fornirci anche un inquadramento del protagonista, descrivendoci la sua famiglia e la sua vita. Mai errore fu più madornale, sia per quel che riguarda il personaggio, sia per la narrazione stessa. C'è infatti un elemento che ha sempre distinto Michael Myers da tutti i vari Freddie e Jason e compagnia: la sua umanità. In quanto a natura, si intende: nessun maleficio, nessun demone, nessuna non-vita. Michael è un bambino apparentemente normale di una (apparentemente?) normale e tranquilla cittadina della provincia americana, Haddonfield, Illinois (la vera Haddonfield è nel New Jersey, città natale di Debra Hill, produttrice e co-sceneggiatrice insieme a Carpenter del primo film). Dopo aver assistito ad un rapporto sessuale tra la sorella ed il fidanzato, la notte di Halloween appunto, Michael si maschera, si arma dell'immancabile coltellaccio che tutti gli americani tengono nel cassetto della cucina ed uccide la sorella. Da quel momento il fanciullo cade in una fase di mutismo e di completa apatia che terminerà quindici anni dopo, nuovamente ad Halloween, con la sua fuga dal manicomio dove è stato rinchiuso e con l'inizio della strage. Il Dr. Loomis, lo psichiatra che ha inutilmente cercato di attuare un qualche tipo di recupero e che si è convinto che il feroce istinto omicida di Michael non si è placato ed, anzi, potrebbe esplodere nuovamente da un momento all'altro, ne dà una definizione esemplare: il suo paziente è "il male puro e semplice". Questo bastava a Carpenter: nessun elemento soprannaturale nel senso di stregonerie o maledizioni, ma la soprannaturalità del male stesso, nel suo essere inspiegabile e incontrollabile. Certo era possibile individuare una turba psichica attinente alla sfera sessuale nel giovane Michael, così come nella stessa Laurie, ma questo disagio costituiva più una sorta di miccia, di causa scatenante e di linea guida nella scelta delle vittime, di software; ma l'hardware, la sostanza, era, appunto, il male. Strada completamente opposta sceglie invece Rob Zombie per il "suo" Michael Myers, mostrandocelo come un bimbo disadattato membro di una famiglia di altrettanti disadattati: il patrigno è un disoccupato alcolizzato che mostra chiare voglie sessuali nei confronti della sorella di Michael della quale ci vien detto ben poco, ma che viene comunque rappresentata come frivola e che assolve all'unica funzione di oggetto sessuale, sia per il genitore acquisito, come detto, che per Michael stesso. La madre sembra essere l'unico adulto portatore di un qualche valore positivo e mantiene la famiglia facendo la spogliarellista in uno strip club e, così pare, prostituendosi. Infine la sorellina ancora in fasce, per la quale Michael sembra nutrire un qualche sentimento di affetto. Chi l'avrebbe mai detto! Ma non è finita qui perché se pensate a un clichè tipico di queste situazioni lo troverete: il futuro serial killer che inizia a dar segni di squilibrio trucidando animali domestici? C'è. I bulli della scuola che prendono di mira il nostro e riescono a risultare ancora più antipatici del giovane Michael (Daeg Faerch, ma secondo me si tratta di uno dei fratelli Hansom
)? Eccoli. Cosa manca poi? Ah, sì, l'intervento dello psicologo richiesto dalle autorità scolastiche. Et voilà, Dr.Loomis a disposizione. Insomma, niente di più scontato di tutti i mediocri luoghi comuni che cinema e televisione ci offrono fa la sua comparsa nelle prime fasi del film, inutile lap dance di Deborah Meyers (Sheri Moon Zombie con natiche al vento, ma che caso
) inclusa nel prezzo.
Medesima sorte tocca al rapporto tra Michael e il Dr. Loomis, così come la permanenza di Michael stesso in manicomio, dopo il suo efferato massacro di bullo, patrigno sorella e fidanzato: nelle sequenze di dialogo tra terapeuta e paziente assistiamo ad una raffigurazione del protagonista come di una vittima, di un bimbo schizofrenico che ha compiuto quei terribili omicidi in preda ad un raptus e dei quali non ricorda nulla. Certo, è evidente che la sua follia omicida è sempre in agguato (vedi assassinio dell'infermiera) così come manifesta è la grande valenza simbolica delle sue maschere, ma tutto viene posto al vaglio della medicina e della scienza, della ragione, di discipline che cercano ed in parte riescono a dare una spiegazione: Micheal è il prodotto di una serie di fattori, genetici ed ambientali - spiegherà il Dr.Loomis - che per una incredibile coincidenza hanno creato un mostro di tale portata. Per quale motivo si è creata questa situazione? Sfortuna, forse, o più probabilmente caso, destino; per qualcosa che sfugge alla ragione. Perché Michael è diventato tale? Per tutte le ragioni sopra elencate, ragioni che annientano la percezione di Michael quale essere infernale, uomo nero ("bogeyman", sia nel film di Carpenter che in questo) e lo mostrano per quello che è, un maniaco omicida che la natura ha, per caso o per scherzo crudele, dotato di una corporatura e di una forza (sovra)umane (l'attore che impersona il Michael adulto è Tyler Mane, un wrestler, appunto). Che distanza dal "normalissimo" e al tempo stesso diafano e spettrale killer dei primi film!
Certo, qualcuno potrebbe obiettare che tutte le critiche sino ad ora rilevate fanno riferimento al confronto tra prequel/remake ed opera originale. Passiamo pure al film. La definizione migliore che mi viene in mente è semplice: inutile. Se la prima parte è infatti scontata, insignificante, infarcita di luoghi comuni, la seconda, che dovrebbe finalmente portare in scena le efferatezze del fuggiasco e il massacro degli adolescenti di Haddonfield, si condensa un paio di belle sequenze mescolate ad un mare di noia assoluta. La trama segue piuttosto fedelmente il primo Halloween, semplicemente contratta per esigenze di durata. Annie (Danielle Harris) e Lynda (Kristina Klebe), le compagne di scuola di Laurie (Scout Taylor-Compton), inconsapevole sorella di Micahel, vengono trasformate da Rob Zombie in moderne teenager sfacciate e volgari, alquanto irritanti. Quell'aura di malizia e trasgressione che aleggiava attorno alle giovani nel primo film è qui scomparsa del tutto ed anche il contrasto tra l'attiva vita sessuale di queste rispetto alle difficoltà di Laurie viene praticamente accantonato. Un po' meglio le scene di violenza, Rob Zombie è un buon regista e si vede, soprattutto nel modo in cui ripropone sullo schermo scene ormai entrate nei canoni del genere: ben realizzato l'omicidio di Lynda e del fidanzato Bob nella vecchia residenza dei Myers, ormai cadente. Il regista si muove abilmente negli spazi chiusi non illuminati e dimostra di saper sfruttare con maestria il contrasto tra mezzombra e buio. Medesime qualità vengono adoperate nel confronto tra Laurie e lo stesso Michael, ma la sequenza è nel complesso troppo dilatata e si riduce alle medesime azioni dei protagonisti ripetute all'eccesso. Il tutto accompagnato dalle urla quasi persistenti di Laurie, le cui "doti" vocali devono aver pesato non poco nell'affidamento della parte, dato che, di fatto, si limita a poco più che gridare per tutto il finale.
Praticamente null'altro.
Insomma, se siete fan di vecchia data di Halloween non potrete che rimanere delusi da un film, ben girato, per carità, ma che nulla aggiunge (ed anzi molto toglie) alla pellicola originale, che a distanza di trent'anni, non cessa di affascinare per la sua efficacia e capacità di penetrazione nello spettatore (come non pensare a Micheal che si rimette improvvisamente seduto dopo essere stato colpito a morte nella camera dei genitori di Tommy?). Se invece siete semplici spettatori in cerca di un buon film dell'orrore, molto probabilmente uscirete di sala con la sensazione di un'opera mediocre, che non sfrutta affatto le sue potenzialità e che fallisce in due dei suoi obiettivi primari: mettere in scena un cattivo angosciante, ma al tempo stesso accattivante, e tenervi incollati alla poltrona per la tensione. In questo caso, in verità, sarà molto più facile che la noia e l'insoddisfazione non vi facciano vedere l'ora di alzarvi.
Per quel che mi riguarda, spero comunque che Rob Zombie non si fermi e che continui a produrre e a sperimentare: la strada è ancora lunga e lui è solo agli inizi. Il cinema, poi, è piuttosto abituato a perdonare peccati di hybris. Mi auguro vivamente, peraltro, che la presenza di Danny Trejo tra il personale del manicomio non sia un caso e che a breve Robert Rodriguez annunci l'uscita di Michael versus Machete. Se trash dev'essere, ebbene sia. Altrimenti non posso che congedarmi dal povero Michael -e questo mi fa un po' male, devo ammetterlo - con il classico e fatidico rest in peace.