Pina
nel viaggio estetico di Wenders
Coreografie
visionarie fluttuano nella terza dimensione
“Con
il 3D il nostro progetto si poteva realizzare! Solo così,
incorporando la dimensione dello spazio, potevo tentare di portare
sul grande schermo il teatro-danza di Pina”.
Così il regista tedesco Wim
Wenders descrive il suo film in
3D per consacrare la sua amica e coreografa Pina
Bausch.
Considerata
infatti una delle più grandi coreografe del XX secolo, Pina Bausch
si è spenta il 20 giugno del 2009, lasciando Wenders non solo nella
profonda tristezza per un’amica perduta, ma con un progetto tra le
mani concepito assieme e lasciato a metà - si trattava infatti di un
sogno che entrambi seguivano da vent’anni. Tuttavia i danzatori lo
stimolano a continuare il progetto e far rivivere sul grande schermo
il Teatro-danza (‘Tanztheater’) della grande coreografa. Ed ecco che a volte il
cinema dà forma e movimento anche ai sogni lasciati nell’etere,
consegnandoli alla vita… questa volta raggiungendo finanche nuove
dimensioni nello spazio visivo, diverso da quello cui comunemente
siamo abituati.
Corpi,
volti e sensazioni che si muovono nella dimensione dello spazio
Lentamente
l’ambiente si trasforma e diviene un’arena onirica, l’intero
palcoscenico ricoperto di pece fino all’altezza della caviglia di
piedi nudi, proprio per far sì che tutti i movimenti dei danzatori
lascino una traccia. Uomini e donne si combattono fra loro. Rito e
sacrificio. Cambiano i volti e le espressioni. Mutano luoghi e
sensazioni. Una grande sala da ballo, un teatro vuoto e lunghe file
di sedie. Uomini e donne avviliti contro le pareti, che lentamente si
alzano per venirsi incontro… la pellicola si proietta in nuove
scene, tavolini e sedie da bar. Un mondo onirico fatto di solitudine
e desiderio in cui gli interpreti si cercano, ma i loro movimenti
sono lenti e trattenuti dagli oggetti che incontrano, si spostano con
gli occhi chiusi, avanzando lontani, ciechi gli uni agli altri. Un
uomo soltanto ha gli occhi aperti e cerca di aiutare gli altri a
trovarsi, aprendo freneticamente dei varchi in quella foresta di
sedie… ed ecco che si raggiunge il culmine dell’estetica nella
narrazione visiva. Dall’interno all’esterno: dodici danzatori si
muovono in uno scenario argenteo, alla ricerca febbrile dell’amore,
esposti a pioggia e tempeste in una spettacolare scena dominata da un
grande masso e da un fossato che la taglia a metà, come un fiume... e
di nuovo la lotta e l’armonia tra i corpi fino allo sfinimento dei
danzatori. Irrompenti, spesso, le location in esterni in luoghi
particolarmente suggestivi, con strade di un centro abitato, ma anche
foreste, pendii montani e paesaggi industriali, per ritrovarsi
persino sotto le monorotaie sospese; alla narrazione visiva di Wenders si aggiunge anche la varietà musicale, abilmente composta da Thom Hanreich,
che s’intreccia nelle varie scene fino a chiudere i quattro lavori
di Pina Bausch, con la ‘trasfigurazione’ della coreografa che
come un ologramma, alla fine, prende vita al centro del palcoscenico,
proprio come se iniziasse a rivivere in 3D davanti ai nostri occhi.
Anche
in Live action il 3D rivela la sua potenza
Il
3D Stereoscopico in Italia per molti addetti ai lavori è ancora uno
sconosciuto. Se la ‘vecchia’ stereoscopia è nata ben oltre un
secolo fa, oggi con l’avvento delle tecnologie digitali non si è
più di fronte ai sistemi ‘arcaici’ usati dall’inventore dello stereoscope Charles Wheatstone dell’’800 o da quelli impiegati dai fratelli
Lumiere nel 1896. È migliorata
la qualità dei sistemi di ripresa e di conseguenza anche di
fruizione, pur tuttavia in costante evoluzione, com’è giusto che
sia nel campo dell’arte e delle nuove tecnologie. Solo nei paesi in
cui tutto si svolge nella dimensione provinciale (cinema compreso,
soprattutto), rimboccarsi le maniche e sperimentare nuove tecnologie
e nuove forme di linguaggio sembra quasi un tabù. E allora si
attende che qualcosa si smuova oltre confine. Immaginiamo: se anche
Michelangelo avesse atteso qualche rivelazione oltre oceano prima di
stendere la magnificenza della cappella Sistina, oggi persino i
vescovi si riunirebbero in conclave in una sala ammuffita e senza i
colori della creazione.
Tornando
al tema 3D – le cui peculiarità ho avuto più volte modo di
apprendere grazie anche alla possibilità di confrontarmi
personalmente con registi ed esperti di tale tecnica, questa
occasione compresa – si tratta di un modo nuovo di raccontare
storie ed emozioni al passo con i tempi, che permette, se ben usata,
di aprire veramente nuovi scenari dell’immaginario e di concepire
la raffigurazione di segni e figure finanche trascendenti. Tutt’altro
che aberrazioni, problemi alla vista e stanchezza della mente, la
Stereoscopia, quando ben realizzata, ricostruendo la più fedele
visione della vista umana, dovrebbe rilassare ancor più la visione,
a differenza della visione bidimensionale a cui ci siamo abituati sin
dall’infanzia. È quindi questione di reale preparazione artistica
e professionale nonché, ovviamente, di abitudine… negli anni a
venire, sentiremo stanchezza invece a visionare i vecchi film in
2D... e non ci lamenteremo neppure di tutto ciò.
Oggi
per girare un film in 3D solitamente si usano due macchine da presa
una accanto all’altra su un mirror-rig.
Le due camere vengono posizionate a un angolo di 90° e in mezzo a
loro viene installato uno specchio unidirezionale, a 45° rispetto
alle due linee di ripresa. Una camera filma attraverso lo specchio e
l’altra filma di riflesso. Questo presto cambierà nel tempo con
l’uscita di nuove camere con doppio obiettivo, con le quali, grazie
alla leggerezza, si potrà girare più comodamente e con migliore
performance creativa.
Di
ciò è convinto lo stesso Wenders che afferma “io
credo che il futuro di questa tecnologia non sarà circoscritto
all’uso attuale che se ne fa nei film fantasy. Non appena
entreranno in commercio cineprese più piccole e leggere – ed è
solo questione di tempo – il 3D consentirà un approccio totalmente
nuovo anche al cinema realista”.
Nonostante
i primi scetticismi, sorti principalmente in Italia, soprattutto per
le polemiche infondate sugli occhialini, il lavoro di Pina mostra con concretezza che il cinema 3D stereoscopico è un efficace
linguaggio visivo, e diventa un espediente utile per il racconto – che nel cinema è in buona parte
soprattutto visivo; ciò vale anche per altri generi e non soltanto
per i film d’animazione, come erroneamente spesso si pensa.
Occorre
ricordare che Pina 3D non è solo uno dei primi film europei in 3D, ma è anche il primo
film d’autore in 3D. Tralasciando il caso Avatar, è ovvio
che l’operazione non sia stata tanto semplice. Lo stesso produttore
del film Pina 3D,
Gian-Piero Rigel, ha affermato che “siamo
entrati in un territorio vergine, inesplorato, sia dal punto di vista
delle tecnologie che del genere artistico. È stato un problema
perfino trovare i tecnici in grado di sviluppare e realizzare
materialmente il progetto, perché erano pochi”.
Wenders,
grazie alla nuova tecnologia 3D, ha realmente proseguito il lavoro
del Tanztheater, che è sempre stato quello di oltrepassare i
confini, una parte importante della coreografia è infatti
oltrepassare il limite tra il palcoscenico e lo spettatore. Il 3D
aiuta a raggiungere questo obiettivo, poiché, così come la
fotografia, anche la scenografia diventa fondamentale per la buona
riuscita di un’opera tridimensionale. Ben riuscito il lavoro di
Peter Pabst che ha curato le scenografie del film (eccezionali le
scelte prospettiche) e che ha voluto sottolineare che “c’è
un coinvolgimento costante tra il pubblico e i danzatori, che a volte
scendono fisicamente dal palco. Questo coinvolgimento è stato sempre
un elemento centrale nel lavoro di Pina...”.
Il
3D impone un atteggiamento di umiltà: ripartire da zero, o quasi
Wenders nel tempo è diventato uno dei più autorevoli rappresentanti del
cinema tedesco che ha seguito e coltivato la voglia di sperimentare;
diversi i premi, fra cui premio per la migliore regia al Festival
di Cannes del 1987 per Il
cielo sopra Berlino, Palma
d’oro al Festival di Cannes nel 1985 per Paris, Texas, Orso
d’argento al Festival di
Berlino 2000 per The Million
Dollar Hotel.
Tuttavia,
per questa nuova sfida anche Wenders si è trovato all’inizio
dinanzi a due problemi. Uno riguardava le performance dei movimenti,
infatti lo stesso regista ha confessato che non aveva idea di “come
si dovesse girare un film di danza - neanche dopo averne visti
tanti”. L’altro riguardava
la tecnologia 3D. Wenders è stato infatti un bravo osservatore e
ovviamente anche geniale a cogliere al volo certe opportunità, magari a scapito di altri meno attenti. Forse
pochi lo sanno, ma il primo lavoro sperimentale di stereoscopia di Wenders ha avuto luogo proprio nel nostro paese, dirigendo già nel
2009 il cortometraggio Il Volo 3D (guarda un po’ che
coincidenza) ambientato in Calabria, dove Wenders ha potuto
sperimentare e verificare sia gli errori tecnici che le potenzialità
del 3D, ovviamente a spese di una regione del nostro meridione
(poteva essere diversamente?).
Lo
stesso produttore 3D Erwin M.
Schmidt non ha esitato ad
affermare che è stata un’opera non facile: “Nessuno
di noi sapeva come si realizza un film di danza in 3D: abbiamo dovuto
prepararci, documentarci, imparare… Così, strada facendo, abbiamo
acquisito gli strumenti tecnici per preparare e girare il film, e per
curare la post-produzione”
Scrutando
tecniche e tecnologie impiegate da Wenders
Per
girare Pina 3D, Wenders ha usato due cineprese della Sony, sia i modelli da studio
montate su una gru telescopica (simile ad un ‘dinosauro’, come lo
stesso regista si divertiva a definirla) che alcune mobili, più
piccole, per la steadycam. La gru veniva piazzata in mezzo al teatro
e riempiva metà dell’auditorium. Un tecnico giungeva fin sopra al
palco, così da reggere il peso delle cineprese e dello specchio. Sul
set, per il lavoro stereografico, Wenders ha fatto largo uso di
speciali monitor 3D per verificare le attrezzature e per visionare
l’effetto tridimensionale in immagini anaglife. Nel 3D sono
importanti le prove tecniche soprattutto in fase di preparazione
finché non si è pronti per l’utilizzo del mezzo. Le riprese di Pina 3D sono avvenute a Wuppertal e dintorni in tre fasi. Nell’autunno 2009
e in primavera ed estate 2010. Nella prima fase seguite dal vivo sul
palco del Teatro dell’Opera di Wuppertal, in alcuni casi con il
pubblico e registrate per intero, con alcuni dei più importanti
lavori della Bausch (molte immagini bidimensionali sono state
inserite nel film in 3D), fra cui ‘Sacre du Printemps’, ‘Café
Muller’, ‘Vollmond’. Diversi quindi anche i filmati di
repertorio di Pina Baush al lavoro, abilmente inseriti nel mondo
tridimensionale di Pina 3D.
Piuttosto impegnativa la registrazione 3D in teatro, per le
difficoltà delle riprese dal vivo. Le camere si muovevano in mezzo
ai danzatori, quindi ‘ogni
membro della troupe doveva conoscere la coreografia, sapere
esattamente dove si sarebbero mossi i danzatori’
spiega Alain Derobe, stereografo del film. Alcune in esterni, in
luoghi particolarmente suggestivi (strade, foreste, pendii montani,
paesaggi industriali e infine sotto la monorotaia sospesa di
Wuppertal). Queste ultime le scene migliori!
La
stereografia di Pina 3D
Da
un punto di vista stereografico, anche se nel complesso il risultato
di Pina 3D è piuttosto accettabile, per un occhio attento ci sono
indubbiamente alcuni miglioramenti che si sarebbero potuti apportare.
I sottotitoli in italiano spesso non sembrano in 3D e quasi coprono i
personaggi in primo piano, dando subito l’idea di un errore di
scelta prospettica nello spazio 3D. Problema di facile risoluzione in
fase di post-produzione stereoscopica. Tuttavia, la titolazione viene
sovente curata anche senza la presenza del regista (soprattutto
quella in lingua straniera). Altro neo di Pina 3D sono alcune lunghe
coreografie riprese in teatro a distanza, in cui i personaggi non
fuoriescono dallo schermo semplicemente per il punto di vista scelto,
magari costretti dalle circostanze della produzione e dello
spettacolo dal vivo. Forse con una migliore pianificazione,
ingegnerizzazione delle scene e con l’ausilio di teatri di posa e green screen,
molte scene coreografate sarebbero diventate ancor più esplosive da
un punto di vista estetico tridimensionale. Nel complesso, tuttavia,
l’impatto che si ha nel vedere uno spettacolo coreografico in 3D al
cinema è assai più interessante che stando relegati nelle ultime
file di un palcoscenico del classico teatro. Certo, per chi non è
abituato a questo tipo di cinema, si rischia in alcuni momenti di
venire un po’ sconcertati, soprattutto per l’accentuato espressionismo ‘Tanztheater’ tipicamente tedesco.
Pina
Bausch.
La sua formazione ha ruotato attorno ad importanti nomi della danza
internazionale, fra cui Antony
Tudor, Alfredo
Corvino, Margaret
Craskee ovviamente i danzatori della Martha
Graham Dance Company di
New York, ricevendo nel tempo molti premi e riconoscimenti
internazionali (Bessie
Award a New York,
1984; Praemium
Imperialein Giappone, 1999; Maschera
d’oro a Mosca, 2005; Leone
d’oro alla Carriera alla Biennale
di Venezia e Premio
Kyoto entrambi nel 2007 – giusto per citarne alcuni) .