Presentato in anteprima all'ultimo Festival di Cannes,
Go Go Tales racconta la storia dello stripper club Paradise, locale sulla via del fallimento. Le ballerine reclamano lo stipendio, la proprietaria minaccia lo sfratto e il finanziatore vuole "staccare la spina". Ma l'impresario Ray con l'aiuto dell'amministratore Jay, ha vinto la lotteria e questo salverà il club dalla chiusura. Unico problema è rec

uperare il biglietto vincente
Spiace dirlo, e probabilmente sarò anche impopolare, ma il nuovo film di Abel Ferrara è un insieme di alti e bassi senza organicità. Un momento ti sorprende, un momento dopo sfiora la stupidità. Poi di nuovo ti propone qualcosa di intelligente e ancora ricade in un nonsense incomprensibile. Un finale deludente, e aggiungo anche senza suspence, perché tutti gli spettatori, anche i più disattenti, sanno già come andrà a finire la storia di questo night club sull'orlo del lastrico. Girato completamente negli studi di Cinecittà, gli esterni sono stati ricostruiti con quell'aria un po' sognante da città americana degli anni Quaranta, quando i gangster lottavano per la supremazia del quartiere. Apprezzo tanto l'atmosfera vagamente noir, ma alla lunga questi finti esterni danno quel senso di eccessiva claustrofobia che si sarebbe potuto evitare tranquillamente aprendo una qualsiasi finestra sul mondo. Anche quella di un cesso (perdonate il vocabolo) avrebbe fatto il suo effetto. Se potessi scrivere una lettera confidenziale a Ferrara l'attacco sarebbe il seguente: "Caro Abel mi aspettavo molto più coraggio dal tuo ultimo film, mi aspettavo da te una st
oria dove il male e il bene non hanno la solita e stereotipata distinzione. I tuoi personaggi sono tutti buoni, sono tutte le vittime degli affari che non vanno a gonfie vele in un localaccio che non ha proprio nulla di losco. Desta più sospetti la casa di Homer Simpson. Dove l'hai nascosta la tipica ambiguità degli uomini? La mia aspettativa personalissima era riposta in un'opera che superasse anche Irina Palm, e invece è Irina Palm a superare di gran lunga Go Go Tales. Hai perfino messo un'aureola di santità in testa ad Asia Argento, ma come hai fatto?" Insomma dov'è finito l'Abel Ferrara di New Rose Hotel o meglio ancora di China Girl?
Il cast è altrettanto sconclusionato. I personaggi escono ed entrano come se nulla fosse stato su un palcoscenico sempre uguale. Forse Ferrara ha voluto giocare con un pizzico di surrealismo. Un ingrediente che sembra funzionare quando il Paradise si trasforma in un piccolo teatrino da cabaret, ma che subito dopo scade nel nulla. Ed ecco che le ragazze in mutande mostrano il cervello che Dio ha dato loro. Una diventa prestigiatrice, un'altra danzatrice classica, e un'altra ancora pianista e così via. Non capisco che bisogno c'è di dimostrare al pubblico che queste donne siano in possesso di qualità cerebrali. Non è forse "normale" avere un cervello, indipendentemente dall'attività svolta? Perché dover sottolineare che anche le spogliarelliste hanno materia cerebrale da vendere se poi gli uomini vengono attirati con l'idea di guardare le loro forme nude? Mi chiedo cosa ci sia di atipico in questa storia
Nutrita la presenza italiana nel cast. A cominciare da Riccardo Scamarcio nella parte di un dottore e cliente che scopre la moglie (Bianca Balti, modella italiana semisconosciuta che non proferisce parola) in abiti un po' troppo suc
cinti. Direi che è abbastanza divertente la scenetta a lui dedicata. Stenia Rocca, sempre in splendida forma, seduce un produttore cinematografico. Asia Argento - criticatissima da ogni parte - tenta di schoccare baciando un rottweiler e si becca anche la locandina del film. Hanno ragione i molti critici che sostengono la sua incapacità recitativa: Asia non recita per nulla, è proprio così nella vita. E mi sa che questa è la marcia in più che ad alcuni attori nostrani la natura ha negato. Italiani sono anche il direttore della fotografia, Fabio Cianchetti (ottimo!), e la costumista, Gemma Mascagni. Un commento a parte lo merita Willem Dafoe nella parte di Ray, l'impresario del club. È veramente l'unico a dare credibilità al film, è pienamente nel suo ruolo e crede nel maledetto sogno della lotteria, unico vero motivo trainante del film.
La regia di Abel Ferrara invece non delude mai. La macchina da presa vagante con il soggetto semifermo o immobile ha sempre il suo fascino. Proprio come un occhio umano che sposta l'attenzione a seconda di cosa accade intorno. Da segnalare anche la colonna sonora che insiste su un basso elettrico vibrante e che incupisce l'atmosfera del club. Mi rendo conto che complessivamente parlando c'è di peggio al cinema, ma da uno come Abel ci si aspetta di più. Molto di più. I maschietti si potranno almeno lustrare gli occhi davanti alle carni scoperte delle modelle (a proposito, le procaci spogliarelliste dove sono finite?). Alle femminucce etero - ahimè - questo film riserva solo sbadigli.