Signore e signori: il vintage al cinema. E non solo nei costumi, nelle acconciature e nella colonna sonora, anche perchè sarebbe troppo facile dal momento che la moda anni '70 imperversa fuori e dentro il grande schermo. No. La pellicola anticata, l'effetto cinepresa, la scelta di
Tarantino riguarda tutta la lavorazione del film, dai titoli di testa a quelli di coda. Un fare cinema come una volta, il suo. Sottolineato dal portare sotto ai riflettori chi di solito non compare e cioè gli stuntman: esseri ormai in via di estinzione? L'effetto

patinato tipicamente hollywodiano è stato sconfitto, questo
Grindhouse è un'opera d'artigianato, è il "lavoretto" delle vacanze del primo della classe, quello che sta sempre attento alle lezioni e che poi rielabora ciò che ha visto e sentito. Più che la storia, ad essere davvero fitta è la serie di (auto)citazioni presenti nel film, dal colore giallo-nero dell'auto di Abernathy (
Rosario Dawson) e Kim (
Tracy Thoms) che richiama - c'è davvero bisogno di dirlo?- la mitica Sposa di
KillBill, alle varie targhe di auto che si rifanno ad altre targhe di B-movies anni '70 che di bello (a detta dell'inscindibile duo
Rodriguez-Tarantino) avevano solo la lacandina e i poster, al modello delle auto utilizzate (l'Honda Civic va per la maggiore, l'avevano infatti già guidata
Bruce Willis in
Pulp Fiction e
Pam Grier in
Jackie Brown). Anche i rimandi ad altri film sono molto numerosi, ma chiunque conosca un po' Quentin sa che è un suo vezzo strizzare l'occhio ai cinefili. Mentre il soggetto è estremamente semplice: Stuntman Mike (un
Kurt Russell che si attesta sempre ai massimi livelli) è uno stuntman in pensione schizofrenico e con serie turbe sessuali, nonché feticista come il nostro Quentin, che si fissa su tre bellissime ragazze di Austin. La famosa dj Jungle Julia (
Sydney Tamiia Poitier), con occhioni, chioma fluente e gambe chilometriche in dotazione, ama girare di notte in compagnia delle sue due amiche Shanna e Butterfly. Le tre sono molto ammirate e vengono circondate da una gran quantità di spasimanti del tutto privi di attrattiva. Spicca per modi bruschi, sfregio in faccia e macchina sui generis il rude Mike che convince Butterfly a lanciarsi in una seducente lap dance che vorrebbe inchiodarsi nell'immaginario etero maschile mondiale (non esattamente una mission impossible, insomma) come quello danzato col serpente nell'inutile
Dal tramonto all'alba.
I dialoghi sono quelli tipici di
Tarantino, serratissimi e per lo più dedicati al nulla, come lo sono le descrizioni dei personaggi, tutti sopra le righe. La caratterizzazione più forte sta nella scelta delle inquadrature, il film si apre (dopo che i titoli di testa sono corsi sul primissimo piano di due piedi) con l'inquadratura delle natiche di Jungle Julia, ma quando il punto di riferimento dichiarato è il b-movie non è che si possa farne un dramma, anzi diciamo che il canone è perfettamente rispettato e tutti personaggi femminili del film sono incarnati da attrici molto belle, molto poco vestite e appartenenti a diversi tipi fisici per accontentare il gusto maschile. Mi sentirei però di non raccomandare questo film agli ammiratori della donna oggetto sessuale perchè rischiano delusioni che spero ricalchi

no quelle in cui si imbattono nella vita reale. Che poi
Tarantino sia stato un po' dipinto come l'uomo di successo che porta le "sue" donne alla Croisette non fa certo bene a nessuno e se l'intento era quello di attirare al cinema il maschio in cerca di idee per la masturbazione, bè accomodatevi pure o geni del marketing, vedremo alla fine quale sarà il risultato.
Il film è stato pensato per essere il primo episodio di un film lungo più di tre ore e che vede Robert Rodriguez impegnato alla regia del secondo episodio che da noi uscirà come film a se stante col titolo di Planet Terror. Grindhouse è il nome dato ai cinema che negli anni '60 e '70 programmavano un'infilata di film di un solo genere, idea dalla quale è partito il progetto dei due bengalini Rodriguez e Tarantino. Di fatto però il film di Quentin si compone già di due episodi, il cui livello sale incredibilmente man mano che si procede con la visione. Dallo spaventoso incidente della prima parte del film alla comparsa dello sceriffo texano che sta in scena pochi minuti, ma è in grado di illuminare la sala con le batute che gli sono state affidate, si passa al secondo episodio e ad altre ragazze la cui stigmatizzazione è riuscitissima. Qui fanno la loro comparsa Rosario Dowson (già vista in Sin City) e Zoe Bell una stuntwoman che intepreta se stessa e che ha lavorato nei combattimenti di KillBill. Inutile anticipare nulla, bisogna entrare in sala e rendersi conto di che cosa sia in grado di fare Tarantino con la macchina da presa. Qui la tensione diventa altissima, dopo uno sfoggio di regia in bianco e nero, il colore torna in scena ed esplode nell'inseguimento in auto e nelle tre donne protagoniste. Se la prima parte del film è insipida e scorre senza scossoni, rappresentando bene l'essere fine a se stessa, ciò che accade prima del secondo episodio ribalta il tutto dando vita, dopo quella che altro non è se non una lunga introduzione, al vero e proprio film.
Si può discutere sul senso del progetto e resta intatto il dubbio che al regista di Pulp Fiction sia scappata definitivamente la mano. Pare infatti di stare ad assistere a un gioco di rimandi tra amici più che a un film creato e pensato per un pubblico ampio. Non si può negare l'abilità di Tarantino, né la sua capacità di riproporre il genere dei film di quart'ordine anni '70 reinventandolo e mantenendolo credibile al punto che al comparire del primo cellulare in mano alle ragazze si avverte un senso di spiazzamento, fa infatti un po' lo
stesso effetto dell'orologio nella prima scena di Hollywood Party. Però si parla sempre e solo di tecnica, anche nel caso dell'abile dosaggio della suspance e del primo incidente che è davvero magistrale. E sì, ci sono tanti aspetti da cogliere, anche molto sottili, e non è difficile vederci una riflessione sulla deriva del cinema in epoca di computer grafica, con uno sguardo nostalgico ad un periodo in cui le abilità degli individui in carne ed ossa contavano più di ora. O pensieri sul cinema che entra nella vita tanto più che nella seconda parte del film i personaggi lavorano o hanno lavorato tutti in quell'ambito, uniti ai soliti (per Quentin) discorsi sui film, sempre divertenti, ironici e così (quelli sì) vicini a quelli che si sentono sul serio vivendo. Vicini anche ai discorsi che ognuno di noi può aver intavolato con gli amici e le amiche qualche volta, quando si parla di finzione come ne andasse della nostra stessa vita e si tramuta ciò che mediamente viene etichettato come frivolo in qualcosa che non lo è affatto, non in quel momento, non nelle parole che senti o che stai pronunciando, anche se tutto finisce come una risata.
Il film di Quentin invece ieri è finito con un applauso liberatorio, eppure a me continua a mancare il cuore del regista per quanto mi possa piacere la sua mente.